Mobile Year Review 2010

Pubblicato > dicembre 21, 2010 > Le frontiere del web > Lascia un commento
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In questo video sono riassunti i numeri impressionanti dei social media e del loro utilizzo con smart phone nel 2010

date un occhiata…

Andrea Bettoni

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Cambio di relatore per il seminario di sabato 4 dicembre

Pubblicato > novembre 29, 2010 > Senza categoria > Lascia un commento
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Purtroppo per motivi familiari, la Prof.ssa Maria Angela Polesana non potrà tenere il seminario dedicato al Web 2.0, in programma sabato prossimo 4 Dicembre.

Come suo sostituto ci sarà Il Dott. Simone Tornabene

Di seguito una breve presentazione del reatore.
Web Strategist, ha iniziato il suo percorso professionale nell’ambito dell’editoria online per passare poi al Marketing Non Convenzionale. Attualmente è Chief Marketing Officer di Viralbeat Italia (viralbeat.com) e Social Media & Strategy Advisor per Ninjamarketing (ninjamarketing.it). Segue da anni le tematiche legate ai social media, in particolare alla monetizzazione, all’engagement e all’analisi, condividendo le sue ricerche sul suo blog personale (webstrategist.it) e come docente (IULM, Ninja Academy, Young Digital Lab).
Scarica il CV del relatore CV simone_tornabene
Andrea Bettoni

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Low cost high value. Il modello economico in sintonia con la nuova era. di Ada Cattaneo.

Pubblicato > novembre 4, 2010 > Low cost - High value > Lascia un commento
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Abstract del seminario che si terrà sabato 6 novembre

L’Era inaugurata dalla recente crisi ha trasformato radicalmente le dinamiche economico-sociali, la cultura, i valori, il mercato mettendo in discussione, in quanto obsoleti, i vecchi concetti e modelli.

Per cercare di fronteggiare uno scenario sempre più complesso, con mercati a somma zero, stagnanti e soprassaturi, alcune aziende optano per una soluzione tattica, e non strategica. Si lasciano trascinare nella guerra dei prezzi e sono, così costrette a confrontarsi con gli alti costi (non solo economico-finanziari) del prezzo basso.

Per ridurre il prezzo dei prodotti commettono il grave errore di tagliare sia sulla qualità, sull’innovazione, sulla ricerca, sull’aggiornamento sia sulla comunicazione.

Due azioni che, mentre aprono loro la strada del low price, le gettano in una spirale della morte dalla quale è difficile uscirne non solo indenni ma anche vivi.

Sebbene i loro risultati siano stati, al momento, sufficienti/discreti, in una prospettiva a lungo termine, sono un boomerang fatale.

Da un lato, perché c’è sempre qualcuno, in Italia o all’estero, in grado di offrire prodotti uguali, analoghi se non persino migliori, ad un prezzo inferiore, dall’altro, perché il low cost per sé non è in sintonia con l’attuale estrema sensibilità non solo prezzo “giusto” ma anche alla qualità, al “valore per me” ed ai valori del brand, alla responsabilità sociale ed ambientale delle aziende, alla loro capacità di soddisfare, oltre che i bisogni, i desideri

Davanti ai profondi mutamenti socio-culturali, la soluzione vincente non è, dunque, il ripiego sul low price, ma l’opzione per il low cost high value che, lungi dall’essere una semplice effimera tattica è, ormai, un vero e proprio modello di business win win, con benefit sia per le imprese (profittabilità, ottimizzazione dei sistemi, goodwill, fidelizzazione, flessibilità, fine tuning…) sia per i loro clienti/consumatori/utenti (basso prezzo, alta qualità, sicurezza, fiducia…).

La strategia esige l’ottimizzazione di tutti i passaggi della catena del valore così da aumentare l’efficienza della filiera in generale eliminando i costi inutili e da rendere ogni passaggio una fonte di profitti.

Si rende, dunque, indispensabile indossare un “paio di occhiali” diverso dal passato,  che consenta di vedere tutte le potenzialità dell’era in stato nascente, di coglierne le molte opportunità partendo proprio dalla filosofia del low cost high value.

In primis, va spazzato il campo dai vari pre-giudizi (qualità=prezzo, prezzo basso=bassa qualità, low price=low cost, ciclo di vita del prodotto…) che impediscono a tante aziende di cambiare rotta e raggiungere il successo.

A testimoniare l’efficacia dell’approccio low cost hig value, sono proprio le imprese che stanno riscuotendo i migliori risultati in termini di profitto, brand immane, goodwill, fidelizzazione dei clienti.

Da Ikea a Ryanair, dalle Private Label a Zara, tutti i protagonisti del mercato hanno in comune la nuova filosofia del low cost high value.

Nel corso del seminario verranno sfatati i vecchi miti e mostrati tutti i vantaggi di sposare la nuova strategia prendendo spunto proprio da chi, essendo riuscito a sintonizzarsi sul corrente Zeitgeist, ne sta già ampiamente godendo i frutti.

Sommario del seminario

Lo scenario; I luoghi comuni; Il prezzo; Il valore; La qualità; l’etica, I costi; Il Low cost high value, Case History.

Andrea Bettoni

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Franco Achilli: BRAND IDENTITY: il volto della marca, l’identità dell’impresa

Pubblicato > ottobre 12, 2010 > Brand Identity > Lascia un commento
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BRAND IDENTITY: il volto della marca, l’identità dell’impresa.

Ognuno di noi vive con i brand e a questi chiede in ritorno una determinata esperienza. Il valore del brand è spesso dato dalla costruzione di una identità visuale: la BRAND IDENTITY. (es1: benzina. Il prodotto è uguale e il prezzo pure. la scelta è data quasi al 100% dall’identità visuale, dal servizio che una determinata marca ci offre. Es 2. Caffè Florian a Venezia dove il caffè costa 15€ )

Il VOLTO della marca

- E’ indispensabile costruire una RELAZIONE tra il consumatore e l’azienda: noi scegliamo una determinata marca poichè abbiamo sviluppato una storia con questa, esattamente uguale a una relazione sentimentale.

- L’ESPERIENZA che una marca ci regala è data dalle DIFFERENZIAZIONI, ossia quelle differenze che la marca presenta rispetto ad un altro prodotto che ci convincono a spendere di più per usurfruirne. È come se, insieme al prodotto, si acquistasse un VALORE.

- La relazione con il brand è delicata. Più è alto il differenziale della marca più il servizio che offre deve essere di qualità, altrimenti il legame con il consumatore si rovina.

- La marca INVADE IL TERRITORIO. È VIOLENTA. Le marche sono molto simili alle persone, sia per quanto riguarda le relazioni, sia per la loro REPUTAZIONE. La marca è narrante: spiega, racconta e definisce chi la utilizza. (es: shopping bag)

La marca può lavorare su:

- ADVERTISING

- PACKAGING (profumi)

- CORPORATE IDENTITY (mercedes e jaguar)

- MARKETING

- PUNTO VENDITA

Lo STATUTO della marca (come si diventa marca?)

- Una marca ESPRIME qualcosa che va oltre l’essere molto famosi. Es: APPLE – trasmissione di diverse caratteristiche. La Apple non è più solo una fabbrica di computer. La azienda crea capostipiti (iPod, iPhone, iPad) e la vera marca è colei che lo fa.

- Si INSEDIA nel luogo. Es: Aspirina e l’edificio vestito a scatola di medicina.

- Introduce innovazione, CAPOSTIPITI. Es: Nutella che ha mutato le abitudini del popolo italiano.

- È sempre CONTEMPORANEA ma allo stesso tempo subisce CICLI. Es: Swatch che ha trasformato l’orologio da oggetto di valore ad accessorio

La STRUTTURA della marca:

- il NUCLEO e il CAPOSTIPITE nascono da un centro o una persona (ad es il sig Ferrero) che genera continuamente idee e capostipiti.

- la STRUTTURA è necessaria per la pubblicazione e la esportazione di idee.

- il VOLTO è dove la marca prende forma, si rende più riconoscibile.

Franco Achilli, Secondo seminario Un nuovo mondo di comunicare sabato 9 ottobre 2010

SCARICA LE SLIDE DEL SEMINARIO

Scarica alcune letture sulla Brand Identity



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Introduciamo il tema del seminario di sabato 9: che cos’è un marchio?

Pubblicato > ottobre 5, 2010 > Brand Identity > Lascia un commento
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Che cos’è un marchio?

I marchi (o qualsiasi segno- simbolo che abbia svolto un’analoga funzione) esistono da più di 5.000 anni. Alcuni di essi, impiegati anticamente nelle attività delle corporazioni artigiane, risultano oggi ancora in uso (ad esempio nel campo di applicazione delle ceramiche popolari). Altri marchi, come ad esempio i segni araldici, si sono via via modernizzati nei secoli, attraverso una rinnovata restitu­zione grafica, adottando dei processi di sintesi visuale.

Il marchio è un segno grafico con una funzione simbolico-emblematica: il marchio serve a contrassegnare, all’interno di una classe di oggetti, lo statuto particolare di una categoria dei suoi membri, oltre ad rendere esplicito lo statuto di merce nel nostro sistema socio – economico.

Le diverse culture umane hanno utilizzato i marchi spesso anche attraverso l’uso della violenza, esprimendo così anche con la forza fisica il significato con cui il marchio si rendeva “comunicante” di per sé stesso: il diritto di proprietà su donne, schiavi, prigionieri, animali, si accompagnava alla necessità di esercitare il controllo, mantenere la gestione e il riconoscimento dei “soggetti” sottomessi, oltre che degli “oggetti”.

Il marchio è, per di più, un fatto segnico: è una configurazione grafica che – per la sua modalità strutturale – assume una “funzione significante”. L’indagine scientifica sulle regole che stabiliscono processo di costruzione delle configurazioni grafiche (con riferimento alla loro funzione significante) è uno dei compiti della semiotica descrittiva (una parte della più complessa “Teoria generale dei segni”). La semiotica descrittiva si occupa di rilevare come i corpi e aggregati di corpi significanti di fatti si costituiscano in un insieme e compiano, di fatto, la loro funzione. La funzione principale del marchio è l’identificazione. L’identificazione ha spesso luogo all’interno del perimetro di un programma di identità visuale (il cosiddetto “programma di design per la corporate identity”, normalmente raccolto nell’ambito di un “manuale di applicazione” redatto ad uso degli utilizzatori interni ed esterni di un ente o un’azienda).

Andrea Bettoni

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Adam Arvidsson, le aziende come comunità d’interesse.

Pubblicato > settembre 27, 2010 > Nuove Frontiere del Marketing > Lascia un commento
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La crisi in cui stiamo vivendo può essere suddivisa in due dimensioni: quella finanziaria e quella ambientale-ecologica. A queste due, in Italia, se ne aggiunge una terza, ossia quella intellettuale, causata da una assenza di idee e prospettive.

In Europa, la dimensione economica della crisi coincide con un periodo di transizione verso qualcosa di diverso rispetto al modello industriale precedente. Le sue cause principali sono da ricercarsi nell’ingresso nel mercato degli stati del terzo mondo, dall’arrivo di nuove tecnologie e dalla produzione in rete, ossia la capacità di tutti di produrre oggetti e materiali. Questi fattori hanno causato la perdita di supremazia industriale dell’Occidente perché la produzione materiale non è più fonte di ricchezza. Ad esempio, con l’apertura del mercato cinese del 1979, 1300 mln di operai a basso costo e scolarizzati entrano nel mercato.

Per queste ragioni il mercato reale non si realizza più in occidente che, invece, decide di concentrarsi sulla finanza, rendendola la prima fonte di ricchezza al posto dell’industria.

La dimensione ecologica e ambientale è dimostrata soprattutto nei flussi migratori e nelle guerre per l’accaparramento del terreno fertile crescenti. L’emigrazione è causata da una fuga dovuta agli effetti del mutamento del clima. Questa situazione andrà via via peggiorando e, nei prossimi 20 anni, tutti gli stati del Nord del mondo potrebbero subire gli effetti  di forti cicli migratori.

Una possibile risposta a questi cambiamenti è offerta dalle opportunità di condivisione di know how attraverso le nuove tecnologie. Grazie a internet, oggi la conoscenza è a disposizione di un maggior numero di individui favorendo lo sviluppo di una serie di situazioni in cui a farsi attori di importanti innovazioni, non sono più i reparti di ricerca e sviluppo di aziende ma comunità di individui in rete.

L’adozione di una logica open source permette quindi di spostare lo sviluppo, dalle grandi università  o centri di ricerca ad un livello più intimo, al singolo.

Si pone come esempio l’open design che permette a chiunque di sviluppare un progetto, metterlo in rete, e sfruttarlo (www.opendesigns.org). Questo porterà ad una sorta di neo-artigianato di coproduzione globale in rete.

Naturalmente i primi progetti a essere messi in pratica in questo settore sono stati in ambiti dove il prodotto da realizzare non fosse un elemento tangibile. Nonostante ciò, non è una prospettiva troppo remota il fatto che gli elementi concreati in rete non possano trasformarsi in oggetti reali. Questo grazie allo sviluppo delle stampanti 3d che permettono di realizzare veri e propri oggetti partendo da un formato cad. (http://www.youtube.com/watch?v=OzErSh_44ng)

In conclusione, i modelli di business di successo per il futuro saranno quelli basati su una nuova economia di reputazione derivante dal flusso di informazioni non mediate dai social media. Si tornerà così al passaparola on line. Le aziende non dovranno più essere considerate come semplici unità produttive ma dovranno assomigliare sempre più a comunità di interesse, dove il vero valore aggiunto sia derivato non dalla produzione ma dalla possibilità di fornire soluzioni.

Adam Arvidsson Primo Seminario Un nuovo mondo di comunicare 25 ottobre 2010



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Sabato 25 primo seminario di “Un nuovo mondo di comunicare”

Pubblicato > settembre 22, 2010 > Uncategorized > Lascia un commento
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Sabato 25 settembre si terrà il primo dei quattro seminari di  un nuovo mondo di comunicare.

Questo primo appuntamento, tenuto da Adam Arvidsson si occuperà delle nuove tendenze nel mondo dei consumi e della comunicazione.

Per i partecipanti dunque, l’appuntamento è per sabato 25 alle ore 9.30 presso la sede della navigazione Lago d’Iseo in Via Nazionale, 16, 24062 Costa Volpino (BG)‎.

Visualizza la mappa.

Tutti i contributi audio e video del seminario verranno caricati su questo blog.

Andrea Bettoni

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Le nuove frontiere del marketing in 10 punti.

Pubblicato > settembre 16, 2010 > Nuove Frontiere del Marketing, Uncategorized > Lascia un commento
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Visto l’avvicinarsi del primo seminario, in prgramma Sabato 25 settembre, di seguito, prendendo spunto dal libro Societing di GP Fabris, riportiamo le nuove frontiere che influenzano il marketing.

1. Transizione d’epoca – Un’epoca volge al termine. L’epoca delle grandi certezze, delle ideologie, dello sviluppo lineare, della fede illuministica nel progresso. Una nuova – all’insegna della complessità, dell’incertezza, del dubbio sistematico, del relativismo – va prendendo consistenza davanti ai nostri occhi. Eppure molti stentano a scorgere il nuovo che emerge. Come un tempo Cristoforo Colombo ritengono che i contorni di una terra che diviene sempre più nitida siano le Indie.

2. La conoscenza come fattore di produzione – Un cambiamento epocale anche alla luce delle due precondizioni che il materialismo storico indica per la transizione d’epoca: il mutamento nei modi di produzione e l’irrompere di nuove tecnologie. L’impresa diviene flessibile, nuovi modelli organizzativi plasmano l’impresa a rete, la produzione si delocalizza, la cultura della fabbrica diviene marginale, la co-opetion (cooperation + competition) una nuova prassi, la conoscenza diviene il principale fattore di produzione. Nuove tecnologie investono il mondo dell’impresa, i sistemi di comunicazione, la vita quotidiana. Muta contemporaneamente la società e il sistema della comunicazione generando effetti esponenziali.

3. La società post moderna è l’espressione culturale della economia post industriale – La società industriale ormai è tramontata da tempo. Eppure la sua cultura continua ad improntare i comportamenti d’impresa. Nella cultura nuova una società degli orologi – dove il tempo era regolato e scandito, prevedibile e lineare – va evolvendo verso una società delle nuvole: cangiante, dai contorni indefiniti, dalla struttura e dinamica imprevedibile.

4. Una nuova centralità del consumo  – La centralità del consumo sostituisce la centralità della produzione che caratterizzava l’epoca che stiamo lasciando alle spalle. Anche se questa era stata anche definita società dei consumi è nella nuova epoca che il consumo assume un protagonismo del tutto inedito. Un consumo che alla sua dimensione economica affianca in un impetuoso crescendo valenze sociali, semiotiche, antropologiche. La fisicità delle merci va dissolvendosi nelle marche, in valori intangibili, segnici, di comunicazione.

5. Dall’individualismo alle nuova socialità – L’individualismo, il grande megatrend di questi anni, non degrada come era stato stigmatizzato e temuto in un anonimo volto di una folla solitaria, in una società di individui, la tendenziale scomparsa quindi della società stessa. Genera invece nuove ed impreviste forme di socialità. Diverse da quelle tradizionali, afone sotto il profilo della progettualità ma estremamente vitali. Cementate da emozioni, sentimenti, passioni. Sono le nuove comunità, le tribù, i social network che trovano sovente proprio in una marca o in una pratica di consumo il fattore totemico intorno a cui aggregarsi.

6. Dalla transazione alla relazione – Il consumatore acquisisce un potere, una discrezionalità, una forza contrattuale sconosciuta in passato. Un consumatore che nella società nuova cambia incisivamente pelle. La sua tradizionale passività, subalternità verso chi produce e vende non trova più alcun riscontro. Un empowerment del consumatore che intende instaurare un rapporto realmente dialettico, che impone all’impresa il passaggio da una logica della transazione a quella della relazione. La distribuzione d’altro canto evolve dalla sua funzione ontologica di rendere accessibili e vendere beni e servizi in una gigantesca macchina per comunicare, in una piattaforma relazionale, in luogo magnetico.

7. Il consumatore partner e committente – La diffusione delle nuove tecnologie consente, per la prima volta, di valorizzare un diffuso sapere e competenza del consumatore che se da un lato rafforza il suo potere contrattuale, fa giustizia della tradizionale asimmetria informativa dall’altro prospetta all’impresa scenari di collaborazione, co-creazione, dialogo difficilmente configurabili alla luce dei consolidati schemi concettuali. Un consumatore competente e creativo che può diventare partner, ma anche committente, verso l’impresa.

8. Il tramonto del marketing di massa – Il marketing è coevo, come nascita e come messa a punto della propria cassetta degli attrezzi, a una società taylorista/fordista che ben poco ha in comune con la società postmoderna. Nato nell’epoca dei mercati di massa, dei mezzi di comunicazione di massa, della subalternità del consumatore si trova adesso a disagio, e per molti versi impotente, nella società nuova. I progressivi adeguamenti di questi anni non sono sufficienti a far fronte ad un passaggio d’epoca di questa entità. D’altro canto la sua funzione è indispensabile: in quanto capacità di ascolto e di relazione con il mondo del consumo. È necessaria quindi una sua profonda rivisitazione. Quasi una rifondazione.

9. La dimensione sociale del marketing – Il marketing inoltre se resta una disciplina aziendalistica non può che prendere consapevolezza, ed adeguarsi di conseguenza, dei crescenti risvolti sociali del suo operato. Perché di fatto dei prodotti/servizi che deve promuovere la dimensione segnica, di attribuzione di senso, di significato e significante è sempre più importante. Perché i consumatori non esistono e sono gli individui, attori sociali cioè con cui deve dialogare. Perché non può più disinteressarsi delle conseguenze sociali dei prodotti che mette in circolo, delle nuove responsabilità sociali ed etiche della marca/impresa. I mercati divengono conversazioni dove lo scambio è di segni, linguaggi, relazioni in un dialogo tra pari.

10. Dal marketing al societing – Societing quindi. Perché il marketing, nel suo percorso verso Damasco per approdare alla nuova epoca, non può che realizzare un proficuo incontro, non soltanto strumentale come è successo in passato, con la società. Instaurando con questa un rapporto che sia anche di servizio, rispettoso, tendenzialmente simmetrico. Non esistono ricette miracolose per fare evolvere il marketing verso il societing: bensì una profonda rivisitazione delle sue frontiere alla luce dei nuovi scenari di una società postmoderna e delle nuove responsabilità sociali da cui non può astenersi dal confrontarsi.

(di G.P. Fabris)

Andrea Bettoni

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La post-crescita

Pubblicato > settembre 10, 2010 > Nuove Frontiere del Marketing > Lascia un commento
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La crescita economica così come si è tradizionalmente manifestata non produce più benessere né migliora la qualità del nostro vivere.

Gli inquietanti risvolti ambientali, il drammatico problema delle risorse energetiche sono ormai sotto gli occhi di tutti. Non è sufficiente aggiungere il termine compatibile per restituire ruolo e legittimità alla crescita.

Se parlare di decrescita – all’insegna del “fermate il mondo io voglio scendere” – è solo una prospettiva utopica e conservatrice, si impone comunque un nuovo tipo di crescita. Che ha come presupposto un vero cambiamento nell’antropologia del consumo e stili di vita diversi di cui si vedono, già adesso, testimonianze attorno a noi. La società del futuro è quella della post-crescita: ne sarà protagonista il consumatore, novello Davide contro Golia. Soprattutto perché ha oggi in mano un’arma potentissima, il mondo Web, a cui fa ricorso non soltanto per massimizzare i propri diritti e interessi, ma anche per creare, più o meno consapevolmente, la stato nascente di una nuova proposta di civilizzazione.

Andrea Bettoni

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La rivoluzione del Feed RSS

Pubblicato > settembre 9, 2010 > Le frontiere del web > Lascia un commento
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Il feeed RSS (Really Simple Syndication) è uno dei più popolari formati per la distribuzione di contenuti Web; è basato su XML, da cui ha ereditato la semplicità, l’estensibilità e la flessibilità. I feed RSS,  permettono di essere aggiornati su nuovi articoli o commenti pubblicati nei siti di interesse senza doverli visitare manualmente uno a uno.

Utilizzarlo è semplice

Passo 1. attivare un aggregatore di feed RSS sul vostro computer (ad esempio google reader)

Passo 2. nei siti web dove trovate l’RSS,   per iscriversi è abbastanza cliccare su questa icona

Così facendo, quando la mattina accenderete il computer su un unica schermata (quella dell’aggregatore di feed) troverete tutte le nuove notizie dai siti ai quali vi siete iscritti niente male no?

Anche questo blog ha il tasto dell’RSS lo trovate in basso a destra.

Andrea Bettoni

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